La nuova legge regionale sulla memoria dei fatti del 1848 e il governo della diversità religiosa a Torino
Stefania Palmisano[1]
(Abstract) ITA
Il contributo analizza la legge regionale piemontese n. 6/2026 sulla memoria delle Regie Patenti del 1848, collegandola al tema del governo della diversità religiosa. L’autrice richiama il cosiddetto “modello Torino”, fondato su tre fattori: la storica emancipazione delle minoranze religiose (valdesi ed ebrei), la continuità politico-amministrativa comunale e un’ideologia interreligiosa condivisa (pluralismo come valore civico, dialogo istituzionalizzato, coesione sociale). Pur riconoscendo la fragilità di tale modello, l’autrice ne sottolinea il valore come laboratorio avanzato di inclusione e di responsabilità istituzionale.
(Abstract) EN
This paper analyzes Piedmont Regional Law no. 6/2026 on the memory of the 1848 Royal Letters Patent, linking it to the governance of religious diversity. The author highlights the so-called “Turin model,” based on three factors: the historical emancipation of religious minorities (Waldensians and Jews), municipal political-administrative continuity, and a shared interreligious ideology (pluralism as a civic value, institutionalized dialogue, social cohesion). Despite recognizing the model’s fragility, the author emphasizes its value as an advanced laboratory for inclusion and institutional responsibility.
La legge regionale numero 6, licenziata l’8 gennaio 2026, e discussa in aula il 24 febbraio dello stesso anno, a prima firma della Consigliera regionale, dott.ssa Monica Canalis, richiama il tema della libertà religiosa, della coscienza e di pensiero (come, dall’altra parte, recitava il titolo originario con cui era stata presentata: “Istituzione della giornata regionale della libertà di coscienza, di religione e di pensiero”). Addentellato a questo, è il tema del pluralismo culturale e religioso che solleva una questione – quella del dialogo interreligioso e del governo (o governance) della diversità religiosa – che ritengo di particolare rilevanza, anche in veste di Referente dell’Università di Torino, del dialogo interculturale nei rapporti con le istituzioni religiose.
Certamente questa legge è figlia degli inevitabili compromessi che hanno accompagnato i lavori preparatori e dibattiti in commissione e in consiglio, e certamente, come ha fatto notare Roberto Mazzola, c’è una discrasia fra contenuto e contenitore cioè fra oggetto normato e fonte di diritto utilizzato perché è lo stato e non le regioni ad avere la responsabilità di governo nei rapporti fra stato e confessioni religiose, ma altrettanto certamente va reso tributo a questa legge che ha il merito di aver riportato al centro del dibattito politico la questione della libertà di/dalla religione in Italia.
Così il Piemonte si propone di far ripartire il dibattito politico in materia nell’intento che il confronto a livello regionale si estenda pure a quello livello nazionale. D’altra parte, ormai da qualche anno, studiosi, amministratori locali e politici parlano del “modello Torino” alludendo all’impegno della città sui temi in questione. L’idea di Torino come caso virtuoso nasce nell’ambito di una ricerca sociologica di tipo comparativo che mette a confronto 4 città italiane (Torino, Brescia, Padova e Firenze) sui temi della libertà di religione, del dialogo interreligioso e della governance della diversità religiosa[2]. Da tale confronto emerge che la città si qualifica – e così, ormai, è presentata nella letteratura, in Italia e all’estero – come un laboratorio avanzato di pratiche di inclusione delle minoranze religiose, di governance della diversità religiosa e di dialogo interreligioso. La ricerca rivela che Torino non è “eccezionale” per natura, ma perché nel tempo si sono intrecciati – cioè collegati in modo contingente – almeno tre fattori idiosincratici[3]:
- una storia particolare di emancipazione delle minoranze religiose (valdese ed ebraica, in primis);
- una significativa continuità politico-amministrativa a livello comunale animata dal considerare la pluralità religiosa più come una risorsa da governare e valorizzare che come un problema da contenere;
- un’ideologia interreligiosa condivisa, che ha orientato pratiche e significati a livello locale.
Il primo punto richiama la storia peculiare del Piemonte Sabaudo. L’emancipazione delle minoranze in questo territorio si ebbe nel 1848 con le Lettere Patenti e il decreto regio di Carlo Alberto che concessero i pieni diritti politici e civili ai valdesi e agli ebrei, fino ad allora discriminati. Non a caso la legge regionale n. 6 recita all’art. 2, comma 1: “La Regione istituisce la giornata regionale della memoria delle Regie Patenti del 1848, da celebrarsi ogni anno il 17 febbraio, in ricordo della firma da parte di Carlo Alberto delle Regie Lettere Patenti, che ponevano fine a secoli di discriminazione e persecuzione, riconoscendo i diritti civili e la cittadinanza alle persone appartenenti alla minoranza religiosa valdese nonché il 29 marzo 1848 a quella di religione ebraica”.
Il secondo punto riguarda l’azione di governo torinese. Torino ha beneficiato, per quasi vent’anni, di una significativa continuità politico-amministrativa che ha permesso di consolidare pratiche e istituzioni interreligiose. Più precisamente, nella continuità di governo durata sino al 2016, la giunta a maggioranza Pd ha operato secondo un programma indirizzato all’inclusione delle differenze e al superamento della conflittualità. La regia civica – incarnata nella figura dell’assessora all’integrazione – ha coinvolto un insieme di politici, funzionari, rappresentanti di enti pubblici o privati e referenti delle minoranze religiose all’interno di una rete i cui nodi sembrano tutt’oggi proseguire, nonostante dal 2016 al 2021 il governo della città sia passato dal PD al M5S. Inoltre, fin dal 2006, anno dei Giochi olimpici invernali a Torino, s’insedia il Comitato Interfedi, che successivamente diventa organo consultivo del Comune di Torino e che, a oggi, rappresenta un unicum a livello nazionale. Questo ha fatto sì che Torino, dal punto di vista politico amministrativo, racconti di un approccio alla diversità religiosa alternativo sia all’indifferenza sia alla repressione. Tre iniziative sono particolarmente rilevanti:
a) Comitato Interfedi
- Organo consultivo del Comune.
- Riunisce nove comunità religiose.
- Esprime pareri su delibere riguardanti spazi, riti, eventi, luoghi di culto.
- È percepito come un “centro di gravità” del campo interreligioso, pur con tensioni interne (rappresentatività, competizione, differenze di capitale simbolico).
b) Cura dello Spirito
- Progetto ospedaliero che introduce stanze del silenzio, assistenza spirituale plurale, accomodamenti alimentari e rituali.
- Innovativo, imitato da altri ospedali italiani.
- L’implementazione mostra limiti: il peso della religione maggioritaria rimane forte.
c) Patto di Condivisione con le comunità islamiche
- Firmato nel 2016 e rinnovato nel 2023.
- Rende visibile l’Islam torinese e crea un canale stabile di dialogo.
- Precursore rispetto al patto di Condivisione dell’Islam italiano (2017)
Il modello del “patto di condivisione” è stato poi esteso anche a comunità non religiose (es. comunità cinese).
Il terzo punto riguarda l’ideologia definita non come un insieme di idee astratte, ma un modo condiviso di interpretare il pluralismo religioso e il dialogo interreligioso. A Torino questa ideologia si fonda su tre principi:
- pluralismo come valore civico, non solo religioso;
- dialogo istituzionalizzato, cioè mediato da procedure e tavoli stabili;
- coesione sociale, come obiettivo esplicito delle politiche interreligiose.
Questa ideologia funziona come una sorta di grammatica comune: stabilisce ciò che è legittimo fare e dire nel campo interreligioso, e permette convergenze anche tra attori molto diversi.
In conclusione, Torino ha saputo implementare politiche di accoglienza e inclusione, dando il via a quello che il sociologo Luca Bossi descriveva come un processo circolare di tutela e valorizzazione che, nel tempo, ha portato alla traduzione degli investimenti pubblici per le minoranze in capitale sociale per tutta la popolazione. In altre parole, l’azione del governo torinese ha aumentato l’agency delle organizzazioni religiose ritenute più deboli, convertendo il capitale politico e istituzionale in capitale culturale e sociale. Come osservano Bossi e Mezzetti, la moschea Taiba oggi progetta e implementa servizi socioassistenziali in collaborazione con la città e la compagnia di San Paolo aggiudicandosi bandi pubblici e privati e concorrendo al bene comune e al capitale sociale di tutto il quartiere e della città. Tali collaborazioni sono importanti non soltanto per sostenere le politiche di contrasto all’odio e alla violenza, ma anche per la messa a punto di una progettazione e governance dei servizi pubblici in cui le organizzazioni religiose, anche a causa della crisi del welfare state, sono sempre più coinvolte.
Dunque il “modello Torino” è forte? No, è fragilissimo. La governance della diversità religiosa non è mai una volta per tutte: è un campo dinamico, fatto di allineamenti, tensioni, rinegoziazioni continue. Questa fragilità, però, è anche provocazione alla responsabilità di individui, gruppi e istituzioni. Una responsabilità che da Torino e dal Piemonte è più che mai assunta, come i fatti sopra riportati dimostrano.
- Professoressa associata di sociologia delle religioni presso l’Università degli Studi di Torino. ↑
- Il progetto PRIN Urban governance of religious diversity, diretto da Giuseppe Giordan (Unipd), cui ho partecipato come responsabile dell’unità torinese, è stato realizzato con l’obiettivo di analizzare in chiave comparativa la governance della diversità religiosa quattro città italiane adottando un approccio integrato, multidisciplinare e multi-metodo in grado di cogliere la complessità del fenomeno nelle sue diverse dimensioni. Il lavoro è iniziato con la costruzione di un ampio dataset di politiche locali, che ha compreso policy documents, discorsi pubblici, materiali provenienti dai siti web istituzionali e dalle biblioteche civiche, come ad esempio i verbali di consigli comunali. Sono stati inclusi documenti a livello locale, provinciale e regionale inerenti al dialogo interreligioso e alle questioni delle minoranze religiose, con l’obiettivo di costruire una base informativa per l’analisi delle strategie di governance nei diversi contesti urbani (circa 324 documenti). Parallelamente, è stata realizzata una mappatura delle reti e delle piattaforme di dialogo interreligioso, raccogliendo dati provenienti dai siti web di comunità religiose e gruppi interreligiosi, da pubblicazioni e discorsi pubblici, nonché da archivi mediatici. Un’ulteriore fase qualitativa ha previsto la conduzione di osservazioni partecipanti durante eventi, incontri e iniziative di dialogo interreligioso. ↑
- Ringrazio il dott. Matteo Di Placido, assegnista dell’Università di Torino, per la collaborazione nello studio del caso torinese e nella stesura dei primi risultati della ricerca. ↑
