Presentazione
Renato Balduzzi[1]
Da molti anni, la alessandrina Settimana delle autonomie locali consente di tenere insieme l’esigenza di assicurare momenti qualificati di formazione per amministratori e funzionari e quella di offrire la possibilità, soprattutto durante l’ultima giornata, di un confronto scientifico ad alto livello internazionale.
La Settimana del 2024 non ha fatto eccezione, e le relazioni qui raccolte, grazie alla sensibilità della direzione della rivista “Il Piemonte delle autonomie”, ne danno adeguata conferma.
Il tema del confronto era a largo spettro (“Province e comuni: attualità e prospettive in Europa meridionale”), proprio per consentire l’acquisizione di dati e informazioni utili per verificare se determinate soluzioni adottate in un ordinamento possano presentare profili di interesse per gli altri.
C’è un filo conduttore delle quattro relazioni che qui sono raccolte, tale da permettere di raccogliere elementi interessanti ai fini di una siffatta verifica?
A parere mio, questo legame c’è, ma non tanto sotto il profilo contenutistico (anche se talune costanti sono evidenti, basti pensare alle vicende dei départements francesi a confronto con quelle che hanno interessato le nostre Province, oppure al modo con cui si presentano, nei tre ordinamenti considerati, i problemi di finanziamento delle funzioni riconosciute ai livelli territoriali “locali”), quanto piuttosto sotto il profilo metodologico, nel senso che le relazioni insistono tutte sulla necessità di tenere in attento bilanciamento le tre esigenze caratterizzanti l’autonomia locale in sé e nei suoi rapporti con gli enti operanti ai livelli “superiori”: quella dell’efficacia dei servizi e delle funzioni svolte, dell’adeguatezza del livello territoriale interessato, delle conseguenze in termini di democraticità e di rafforzamento di quest’ultima.
Proprio alla luce di tale bilanciamento, i caratteri e le prospettive delle quattro relazioni sono individuabili con relativa facilità.
Dalla relazione di Jean-Jacques Pardini emerge il nodo di fondo che attraversa la storia lunga dell’assetto francese degli enti locali: come, cioè, favorire un ruolo proattivo dei départements (e delle élites politiche che li popolano) nella soluzione del principale problema delle collectivités territoriales francesi, quello dell’enorme numero dei Comuni, che neppure gli incentivi alle nouvelles communes sembrano in grado di contrastare con incisività. Proprio il radicamento dei dipartimenti nella Francia profonda potrebbe consentire ad essi di svolgere un siffatto ruolo, che evidentemente presuppone un identico sentire a proposito del bilanciamento tra democraticità, adeguatezza ed efficacia.
E proprio in tale bilanciamento sta l’interesse dell’istituto spagnolo delle competenze “improprie” degli enti locali, su cui si incentra il contributo di Carlos Vidal Prado: fondate sul duplice presupposto della fattibilità e sostenibilità finanziaria dell’intervento e della non duplicazione, cioè che non vi sia una situazione di contemporanea esecuzione dello stesso servizio pubblico da parte di altra pubblica amministrazione, tali competenze esprimono un approccio alla differenziazione che parte non da una aprioristica volontà politica, ma da una situazione di fatto in cui un ente locale abbia un surplus di reddito una volta esercitate le proprie competenze.
Sempre sul bilanciamento (o meglio, sul non bilanciamento ad opera della legge n. 56 del 2014, c.d. Delrio) verte la relazione di Guido Rivosecchi: pur avendo sacrificato il principio democratico sull’altare delle esigenze di semplificazione e contenimento dei costi dei livelli territoriali di governo, tale legge non sembra essere riuscita a vincere la sfida dell’efficacia, e ciò a causa della mancata correlazione tra le funzioni assegnate o rimaste all’ente intermedio e le risorse finanziarie a queste ultime ricollegate (correlazione peraltro fondata sul principio di cui all’art. 119, quarto comma, Cost.).
Infine, Enrico Grosso, nel chiedersi (retoricamente, perché la sua risposta è chiaramente negativa) quanto un ente depotenziato politicamente possa davvero essere utile per stemperare conflitti locali e per assicurare la gestione efficace di competenze di area vasta, avanza, anche riprendendo e arricchendo spunti importanti di Mario Rey, una proposta che accompagna il recupero del modello dell’ente territoriale elettivo multifunzionale di area vasta con una marcata differenziazione funzionale, incentrata sulla programmazione territoriale.
Come si accennava, la compresenza di problemi comuni e di approcci (soprattutto) metodologici assai affini non significa negazione delle peculiarità del singolo ordinamento anche sotto il profilo del ruolo dei principi ispiratori. Così, per fare un esempio, il principio di sussidiarietà vive in forme e modi assai diversi tra Italia e Francia (si vedano in proposito ancora le relazioni Rivosecchi e Pardini), peraltro speculari al grado di copertura costituzionale del medesimo. Ma, anche laddove tali differenze si pongono in misura marcata, non viene meno la necessità di quel bilanciamento.
Mi sembra la “lezione” più significativa del confronto alessandrino qui messo a disposizione dei lettori.
- Professore ordinario di diritto costituzionale nella Facoltà di Giurisprudenza dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. Il contributo costituisce la versione rielaborata della relazione al Seminario di studi nel decennale della legge 7 aprile 2014, n. 56 “Province e comuni: attualità e prospettive in Europa meridionale”, tenutosi il 23 novembre 2024 ad Alessandria nell’ambito della “Settimana delle Autonomie locali. Fare di più o fare meglio? Ciclo di lezioni per amministratori, dirigenti e funzionari degli Enti locali della Provincia di Alessandria”, a cura di R. Balduzzi. ↑
